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Archive for February 2019

L'ANSIA DA PRESTAZIONE

ansiaLa psicoterapia può aiutare a superare l’ansia da prestazione, la mancanza di libido o la scarsa autostima? Cosa sono i fiori di bach?

  • fiori di bach sono essenze che se applicate in un contesto di buon counseling psicologico possono aiutare a modificare in un tempo ragionevole alcune emozioni negative. Tale approccio integrato ad una psicoterapia comporta che si tenderà a ricostruire un equilibrio emotivo anche del tutto o quasi con successo ma ciò dovrà comportare l’impegno e la motivazione di voler guarire nella persona che lamenta il disagio.
  • nome deriva dal dott. Edward Bach (1886 - 1936) che ha scoperto questo metodo

Un bravo consulente e psicologo tuttavia dovrà sapere individuare bene il rimedio in quanto ognuno di noi, al di là del comportamento inadeguato o meno, può esprimere un disagio legato a varie motivazioni. Bisogna dunque formulare, preliminarmente a un piano di trattamento, una giusta diagnosi. Quindi è importante effettuare una buona valutazione della situazione e creare una giusta compliance con il “paziente”. Lavorando quindi sull’intero contesto con l’ascolto e con la relazione si possono ottenere buoni ma soprattutto efficaci risultati.

Vengono molto utilizzate certe miscele da coloro che magari preferiscono rimedi non invasivi o non propriamente farmacologici e cure come la psicoterapia, l’omeopatia e cosi via. Non hanno altresì contro indicazioni se utilizzati in contesti già medicalizzati.

Bisogna aiutare in tale circostanza il paziente a migliorare la propria auto stima e cercare di risolvere il problema non in

un ottica miracolosa e immediata ma positiva, di buon senso e medio impegno.

Lo studio è sito in zona Furio Camillo, via Appia Nuova; si effettuano consulenze di cui la prima in genere è gratuita atte a valutare insieme alla persona un eventuale disagio vissuto, la difficoltà di intraprendere azioni o decisioni.

IDENTITA' E SENSO DEL SE

identitàLa nostra identità ci sembra spesso qualcosa di immutabile. Percepiamo talvolta un senso coerente di noi stessi, del nostro modo di vedere la vita, di esperire sensazioni, di agire anche se ci troviamo in vari ambiti geografici o culturali. In realtà se ci guardiamo indietro noteremo ben presto che l’identità che ci accompagna nelle varie tappe del nostro cammino è mutabile, in continua evoluzione. Essa infatti è la somma di una serie di eventi che nella vita si intrecciano sino a plasmarci nel profondo. Prima la psicologia considerava l’identità e l’identificazione con dei modelli culturali, ruoli, comportamenti, mentalità, il frutto degli insegnamenti infantili nel senso che le prime esperienze di vita si ritenevano un punto centrale nella maturazione dell’individuo. Di recente si è visto invece che non solo il tipo di famiglia in cui si è vissuti è importante ma anche e soprattutto l’esperienze scolastiche e amicali sino all’età dell’adolescenza. L’immagine di noi stessi, quindi frutto di esperienze di un’intera vita è fondamentale al fine di spingerci a comportamenti sani, costruttivi. Bisognerebbe riuscire ad arrivare nel percorso maturativo ad una accettazione e visione realistica di noi stessi, cioè non troppo positiva ma neanche negativa, possibilmente realistica che punti ad un nostro benessere più che al raggiungimento di una perfezione generica. Si può modificare un’immagine negativa di noi stessi o peggio ancora confusa, non ben delimitata nei suoi confini con un senso di appartenenza atemporale e non ben individuato? Un’ immagine distorta del sé si può innanzitutto individuare dalla presenza nella persona di stati di angosce, tristezza, scarsa iniziativa e così via. Una volta che lo psicologo ha accertato una ansia diffusa e un’immagine di sé distorta si può provare a correggere e scollarsi di dosso certe “certezze” negative, convinzioni poco utili per la persona stessa. Rieducarsi poi comporta un difficile ma non impossibile cammino di continuo confronto con uno psicologo, volendolo, in cui ci si prefiggono dei piccoli obiettivi e si verificano di volta in volta. Questa tecnica è fondamentale perché, per fare una metafora, una pallina che ha sempre ruotato in una direzione soltanto con estrema ruggine può riprende a rotolare dall’altro lato. Non solo, ma dopo che abbiamo riappreso a conoscere i nostri confini cognitivi ed emotivi, tra la nostra realtà interna ed esterna, bisognerà poi stabilizzarli nel tempo al variare degli eventi. Quando si superano i primi tre mesi di un comportamento appreso, funzionale e nuovo come nella lotta alla dipendenza all’alcool, o a essere metodici in un programma di studi scolastici, soltanto allora, se il contesto che ci circonda ci aiuterà nei nostri intenti, si può dire che ci siamo rieducati ad una visione di noi stessi e del mondo ragionevole.

IL BICCHIERE MEZZO PIENO

ottimismoIl pensiero positivo è sempre segnale di benessere?

Immaginiamo di trovarci in una situazione in cui tre persone sono state licenziate. A tale spiacevolissima e drammatica esperienza ognuna di queste reagirà in maniera diversa. Una si affretterà ad inviare curricula a varie aziende, una forse cercherà di inviar almeno due o tre curricula in tutto, con l’idea che è difficile trovare lavoro, e l’ultima vi rinuncerà proprio aspettando che gli eventi si sviluppino da soli. Quale delle tre persone aveva più probabilità di trovare un nuovo impiego?

Bisogna riflettere sul fatto che sicuramente anche il solo occuparsi della ricerca di lavoro senza convinzione e senza impegno porta a pochi risultati. Questa ovvia considerazione se la facessimo nostra in varie circostanze dell’esistenza umana ci porterebbe più facilmente a raggiungere i nostri desideri, a realizzare i nostri sogni, o almeno in parte ad avere quella serenità di sapere che ci abbiamo comunque provato! Ma allora come mai non riusciamo ad applicare tale atteggiamento di pensiero costruttivo, ad avere fiducia in noi stessi? Se proviamo a riflettere si verifica spesso nella esperienza che la convinzione di riuscire in un intento, di essere soprattutto disposti a fare dei sacrifìci nel tempo, aiuta ad attivare quelle risorse fisiche e morali atte a cambiare, almeno in parte, la realtà che ci circonda.

Bisogna dire che vi è il pregiudizio spesso che avere un atteggiamento positivo e ottimistico è segno di superficialità, mentre la riflessività e l’eventuale angoscia che ne deriva sono “stimate” sovente come espressione unica di vera intelligenza. Il rischio però di tale preconcetto, cioè di una visione negativa degli eventi è che si finisce per avvalorare

la tesi che la sfortuna o il destino siano i responsabili dei nostri futuri. Altro rischio potrebbe essere che, laddove richiesto uno sforzo fisico e morale maggiore, o semplicemente più tempo per realizzare un obiettivo che ci siamo prefigurati, lasciamo cadere gli intenti arrendendoci ai primi ostacoli. Insomma alla fine il lasciar stare, un atteggiamento rinunciatario, ci porta a sperimentare una sorta di impotenza. Il nostro cervello impara “l’impotenza” e si crea un circolo vizioso per cui ci potremmo sentire sempre più bloccati. A quel punto in effetti è diffìcile ritrovare un bandolo della matassa, riprovare a sbloccare una situazione. Invece ci sono tanti fautori di studi nella psicologia inerenti la valorizzazione di un pensiero positivo, meglio ancora della capacità di guardare al famoso bicchiere mezzo pieno. Uno dei massimi esponenti è stato Goleman col suo saggio famoso inerente l’intelligenza emotiva.

Già Voltaire comunque sosteneva che il destino offre comunque il meglio dei possibili scenari futuri, “concatenato nei migliori dei mondi possibili...”, un futuro desiderabile. Essere ottimisti insomma vuol dire credere nella propria auto efficacia e spingere gli eventi esterni in una direzione costruttiva; o agire dei comportamenti in modo tale da raggiungere le mete che ci si è prefissati. Gli ottimisti sono convinti che le proprie azioni avranno conseguenze positive La psicologia da tempo si occupa di pensiero positivo ma ha cercato dapprima di capire il suo contrario: il pessimismo, o la convinzione che nessuna decisione possa influenzare il futuro. Si impara il pessimismo? Sin da piccoli impariamo un modello educativo genitoriale che ci accompagnerà per il resto della vita. Certi insegnamenti potranno poi essere rivisti da ognuno di noi grazie alle esperienze di vita, ma il calco delle acquisizioni ricevute negli anni e l’esempio di esse, si rimuove con fatica. Ad esempio se un padre scoraggia il figlio a prendere buoni voti, a non perseverare

per ottenere la sufficienza nei voti o a riparare una materia, se lo spaventa ad uscire di casa paventando tanti pericoli, se ancora lo appella negativamente per eventuali errori commessi, la persona da adulta sarà insicura, avrà sfiducia negli altri come nelle proprie capacità. Lo psicologo in genere aiuta le persone a credere in se stessi e a contrastare il senso di impotenza che comporta una bassa autostima. Le idee che sottendono un atteggiamento pessimistico sono spesso quelle che niente serve a niente, che ci vuole tempo, che gli altri hanno fortuna.

Uno psicologo aiuta dapprima a normalizzare e poi a correggere certe idee. Una di queste è che gli eventi non siano modificabili mai delle nostre scelte. Poi si prova a “rieducare” ad agire secondo uno stile di vita più idoneo del solito esperito. Pensare in maniera positiva e/o ragionevole aiuta a stare meglio e a vincere non solo i problemi emotivi, ma anche il senso di impotenza che ne deriva.

Una terapia centrata cioè anche sulle parole come sull’ascolto è d’aiuto a sbloccare certe inibizioni con alta probabilità di successo, come sosteneva già Socrate e tutte le discipline che sono incentrate sul rilassamento psicofìsico.

Lo studio è sito in zona Furio Camillo, via Appia Nuova; si effettuano consulenze di cui la prima in genere è gratuita atte a valutare insieme alla persona un eventuale disagio vissuto, la difficoltà di intraprendere azioni o decisioni.

DISGRAFIA

disgrafia

Gli errori tipici della scrittura dei soggetti con dislessia-disortografia consistono nella confusione tra le lettere quali la «p» al posto della «b» o la «t» con la «d»; nell'ordine di successione delle lettere, nell'elisione sillabica, nell'inversione totale o parziale delle lettere.

Altre manifestazioni sintomatologiche specifiche più frequenti sono le trasposizioni delle lettere (per esempio formica = fromica); la confusione tra le lettere sorde e quelle sonore (v = f), nonché la difficoltà nell'individuazione delle parole (la abilità = labilità) o degli elementi grammaticali (ha dormito = adormito).

La disgrafia, invece è un disturbo che è inerente esclusivamente al grafismo e quindi alla scrittura come prassia (o gnosoprassia). La disgrafia si può sviluppare anche sulla base di una disortografia. In questi casi le esitazioni e le incertezze ortografiche possono deteriorare la progressione del gesto grafico, rompendone la continuità e perturbandone il sistema dei legamenti, con rallentamenti nella progressione grafica. Si possono evidenziare anche sovrapposizioni di linee, sostituzioni di lettere e una varietà di altre incertezze che preludono alla alterazione definitiva della forma. La disgrafia si manifesta nei casi in cui il soggetto:

  1. organizza impropriamente e scorrettamente la spazialità della pagina scritta, che risulta con margini irregolari e deviazioni dell'orizzontalità e direzione dei segni; b) altera la forma e le proporzioni dei grafemi e dei loro legamenti; c) ha difficoltà conseguenti a una disortografia o anche a problemi affettivi e/o ambientali.

Un capitolo importante è quello dello studio della componente grafica, in cui possiamo cogliere: 1) errori di forma e di proporzioni nel tracciato delle lettere (schiacciamento delle lettere tonde; progressione irregolare, tentennante, frammentaria; irregolarità di dimensioni e di direzione, etc); 2) erronea organizzazione del testo scritto (margini irregolari e spaziatura non omogenea, per esempio); 3) inabilità nel tracciato (deformazione delle aste o difficoltà nei legamenti). Oltre alla produzione grafica, va anche studiata la gestualità grafo motoria del disgrafico.

Questo tipo di analisi ci consente di acquisire informazioni, in particolare sulla flessione eccessiva della mano, sulla rigidità e ipertonicità muscolari, sulla contrazione e sulla insufficiente mobilità delle dita.

L'agrafia o disgrafia secondaria è dovuta a disturbi (o deficit) motori e/o neurologici e/o sensoriali e/o cognitivi più vasti tali da configurare il soggetto quale portatore di handicap.

Nello studio del soggetto disgrafico è, quindi, necessario un approccio differenziato e multidisciplinare che si basi sull'anamnesi delle modalità di apprendimento tipiche del soggetto, sugli esami neurologici e psico-affettivi,

con una particolare attenzione ai problemi della lateralità, della difficoltà legata al mancinismo (o all'eventuale ambidestrismo) e ai problemi visivo-spaziali.

TRATTAMENTI E CURA, UNA RICERCA INTERVENTO

Nel corso dell'anno scolastico 1993/94 tramite il Centro Internazionale di Grafologia Medica abbiamo avviato un rapporto di collaborazione con le scuole medie "Manicone" di Vico del Gargano e "Libetta" di Peschici della provincia di Foggia, al fine di prevenire i disturbi deN'apprendimento, focalizzando la nostra attenzione sulle competenze ortografiche e grafomotorie degli alunni.

Abbiamo pensato di articolare il nostro intervento in quattro tempi:

  1. presentazione del progetto agli alunni;
  2. screening tramite una batteria di test ed osservazione del gruppo lasse;
  3. presentazione dei risultati, in base a tabelle globali della prestazione;
  4. pianificazione di due modalità di intervento:
  • corso di aggiornamento per i didatti sulle tematiche grafo motorie;
  • grafoterapia per i disgrafici.

Lo scopo di questa ricerca non era solo quello di fare una prevenzione dei disturbi del'apprendimento nella scuola dell'obbligo, ma anche quella di elaborare, attraverso uno studio epidemiologico del problema, dei piani di intervento di recupero e di rieducazione della scrittura utilizzando un approccio multidisciplinare, ovvero grafo-psico-fisiologico.

Prima di presentare i casi più interessanti che sono emersi da questa nostra indagine, parleremo brevemente del test che abbiamo utilizzato per lo screening.

La "Batteria per la valutazione della scrittura e della competenza ortografica" di P.E. Tressoldi e C. Cornoldi (1991) ci è aparso i test più aggiornato e valido da somministrare nella scuola dell'obbligo.

Gli Autori hanno scelto il modello di apprendimento della scrittura, elaborato da Uta Frith nel 1985.

Questa autrice ha sviluppato un modello che indica l'evoluzione della scrittura e della lettura che è parzialmente indipendente dal metodo d'insegnamento. Quest'ultimo può, al limite, solo rallentare il processo di apprendimento delle abilità psicolinguistiche secondo il sistema alfabetico, che si articola in quattro fasi:

  1. fase ideografica o logografia;
  2. fase alfabetica;
  3. fase ortografica
  4. fase lessicale.

Senza addentrarci nel merito delle suddette fasi, dobbiamo comunque sottolineare che la fase b risulta cruciale nel sistema di scrittura alfabetico, in quanto corrisponde all'epoca in cui il bambini individua prima le sillabe, e poi i fonemi, ovvero impara che il suono delle parole può essere scomposto in parti più piccole. Gli errori che, tramite questo modello, abbiamo individuato sono di tipo fonologico e non fonologico.

Gli errori fonologici sono quelli in cui non è rispettato il rapporto tra i fonemi e grafemi. Si manifestano tramite 1) scambio di grafemi, 2) omissione e aggiunta di lettere o sillabe, 3) inversioni e 4) grafema inesatto.

Gli errori non fonologici sono tipici della rappresentazione ortografica delle parole senza errori nel rapporto tra fonemi e grafemi. Si manifestano tramite 1) separazioni illegali 2) fusioni illegali 3) scambio grafema omofono 4) omissione o aggiunta dell'«h».

E' possibile curare la disgrafia e la dislessia con diverse tecniche che prevedono esercizi di scrittura e di lettura.

L'ANSIA NORMALE E L'ANSIA PATOLOGICA

ANSIA NORMALE PATOLOGICAL’ansia normale e l’ansia patologica

Si legge molto di argomenti inerenti all’ansia, agli attacchi di panico, agli attacchi d’ansia, squilibri emotivi, depressione. Molti medici, psichiatri e psicologi si occupano maggiormente dell’ansia nel comportamento umano e della cura degli aspetti psicopatologici che ne consegue. La moltitudine delle persone tuttavia pensa che se è vero che ognuno di noi è differente dagli altri è anche vero che gli aspetti del malfunzionamento psicologico sono abbastanza universali e riconoscibili. Un’ansietà forte per esempio si presenta con uno stato d’animo, un vissuto percepito dalla persona come di continuo allarme, abbattimento o apatia, senso di pericolo. Come si può distinguere tra un’ansia normale che viene in seguito ad eventi stressanti, dolorosi o difficili da un’ansia patologica che non trova motivo esterno di essere, ma che si manifesta in maniera illogica e imprevedibile per la persona stessa? Come scrive Perna, vi è un antico proverbio che recita: in medio stat virtus, che

dovrebbe essere considerato se affrontiamo il tema dell’ansia e della sua gestione.

Se la situazione che ha scatenato l’evento ansiogeno è tale da infondere tensione psicologica e se la persona la riesce in un certo tempo a superare allora è probabilmente un’ansietà normale. L’ansia infatti è una reazione emotiva, psicologica; ha in tal caso il vantaggio anche di spingerci in comportamenti di difesa sani e validi finalizzati alla risoluzione di un problema. Si potrebbe fare un esempio, l’ansia prima di un esame è giusta se ci spinge a studiare e ad affrontare la situazione. Un’ansia eccessiva ci paralizza, come ansia da prestazione e anche se siamo preparati a superare quella prova ci blocchiamo e falliamo. Quest’ultima tipologia di ansietà è patologica.

Quando rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta?

Se gli episodi di ansia patologica e soprattutto di una delle sue forme più angoscianti e diffuse nella popolazione, fobie e panico, si presentano per molte volte o molto intense è meglio rivolgersi subito ad un esperto. Lo consiglierei soprattutto in quelle situazioni in cui dopo aver già provato a fronteggiare da soli le difficoltà in un certo senso non si riesce a fare luce interiore. Vincere l’ansia è importante perché

ognuno di noi spesso è chiamato a prendere decisioni, a superare prove importanti e semplicemente bisogna vivere con libertà e sicurezza anche il quotidiano.. Un’ansia forte ci paralizza e ci impedisce via via di affrontare anche i minimi cambiamenti come guidare o prendere un autobus. Un esperto psicoterapeuta aiuta a fotografare con esattezza la situazione che si è creata, cioè ad effettuare una diagnosi il più possibile precisa e a formulare il giusto trattamento, il più breve possibile.. Un buon intervento comporta poi la “distruzione” di idee sbagliate o il disapprendimento di stili di comportamento non adeguati al fine di sostituirli con comportamenti più utili per quella persona. Per esempio in genere una persona con ansia di tratto effettua comportamenti anticipatori del pericolo che non sempre permettono di vivere nel momento stesso una situazione. Le paure fanno incorrere in una forma di ragionamento incentrato sul mettere sempre le mani avanti per non cadere. Si arriva alle volte sino al pericolo di costruirsi delle vere e proprie certezze negative, insomma crederci, balzare a conclusioni. La sicurezza in se stessi però non va confusa con l’imprudenza. Una buona autostima ci permette altresì di decidere autenticamente, di dormire bene e di non attuare comportamenti insani.

E’ importante sapere che gran parte della popolazione soffre d’ansia e nelle farmacie i farmaci piu venduti sono anche gli psicofarmaci.

E’ utile assumere psicofarmaci?

In genere in caso di ansia e attacchi di panico si somministra un tipo di molecola di benzodianzepine, comunque farmaci cosiddetti tranquillanti e antidepressivi. Talvolta il medico suggerisce un approccio integrato di psicofarmaci e trattamento psicoterapeutico.

Lo psicologo invece utilizza lo strumento del colloquio, della riflessione e del sostegno psicologico per favorire il miglioramento della salute della persona, la sua serenità, il suo equilibrio psicofisico.

Una visione miracolosa della medicina e dell’uso dei farmaci non porta a granché . E’ meglio agire sulla promozione e prevenzione della salute ed intervenire sui sintomi non appena compaiono.

In entrambi i casi correggere uno stile di vita non sano, fatto di abitudini scorrette è sempre indicato.

IL TRAINING AUTOGENO E L'IPNOSI

 

ipnosi training autogeno

Il training autogeno e l’ipnosi sono ritenute in generale una branca della psicoterapia incentrata sugli aspetti corporei. In realtà dell’ipnosi sono note le applicazioni televisive o quelle in sede di interventi chirurgici ma essa è una vera e propria metodologia incentrata su esercizi che vanno ripetuti e acquisiti. L’ obbiettivo è il raggiungimento di uno stato di rilassamento del corpo e della mente. Per l’ipnosi e’ richiesta la presenza costante di uno psicoterapeuta, la tecnica del training autogeno invece, una volta acquisita, si può successivamente ad una sua padronanza, sviluppare da soli in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. L’efficacia è comprovata, queste terapie sono strategie psicoterapeutiche vere e proprie e richiedono sempre alcuni incontri iniziali.

Presso lo studio della dott.ssa Fernanda Cafarelli. psicologa e psicoterapeuta, sito in zona Appia (Furio Camillo), raggiungibile con la metro A e diverse linee di autobus si effettuano da circa 20 anni incontri individuali e di coppia, lezioni di training autogeno. Il primo incontro è in genere gratuito e serve a conoscersi e a concordare il numero di incontri necessari ad un buon trattamento.

Le domande più frequenti che le persone fanno sono inerenti la gestione dello stress, il superamento di attacchi d’ansia e di panico, i disturbi di natura sessuale, idee angoscianti e ossessive. Tale tecnica di rilassamento viene utilizzata anche in altri ambiti più noti quali lo sport, il parto, gli attacchi di panico e di ansia; di sovente e in tutte quelle situazioni che richiedono il raggiungimento di un livello di concentrazione mentale. Per esempio prima di un esame universitario. In alcune classi delle elementari viene inserito nella programmazione degli esercizi psicomotori in diverse regioni d’Italia.

Come si sviluppa

Occorre dapprima l’apprendimento di una serie di esercizi inferiori e poi superiori, in genere due serie da sei, che poi potranno essere svolti, una volta appresi, in qualunque luogo, in qualunque momento dalla persona che vuole affrontare un disagio. Il tutto si svolge in un clima sereno e tranquillo. Al fine di avere un risultato la persona deve ripetere gli esercizi in maniera costante; si deve allenare, deve essere seguito inizialmente però da un terapeuta esperto che lo metta a proprio agio. Con gli esercizi inferiori ci si addestra a focalizzare l’attenzione su vari distretti corporei e a distoglierla da pensieri nocivi, inducendo il rilassamento psicofisico.

Negli esercizi superiori, avendo già imparato quelli inferiori, si impara a focalizzare l’attenzione su fantasie guidate, motivazionali e ad immedesimarsi nelle situazione che prima comportavano tensione per provare a gestirle.

Il training autogeno nasce negli anni 30 dal medico psichiatra Shultzs, famoso psichiatra tedesco e i suoi studi presero spunto dagli studi precedenti sull'ipnosi. Una volta

appresi gli esercizi e una volta utilizzati autonomamente devono essere costantemente ripetuti dalla persona se si vuole avere un supporto, un sostegno alle situazioni difficili, soprattutto se intende gestire situazioni di stress. Attraverso il rilassamento, cioè uno stato simile al sonno, si iniziano poi ad imparare le tecniche delle fantasie guidate e motivazionali. Quello che si ottiene per esempio è il contrasto alla dipendenza dal fumo o la correzione di stili di vita sbagliati. Di recente infatti sempre più persone si avvalgono dell’ausilio di queste tecniche psicoterapeutiche. Anche l’agopuntura, il trattamento dei disturbi sessuali di Master e Johnson, alcune tecniche dello Yoga, e le psicoterapie brevi incentrate sul corpo aiutano e sostengono le problematiche in età evolutiva, supportano la gestione dei discontrolli emotivi, favoriscono il contrasto a stili di vita incentrati su dipendenze da sostanze o da gioco

patologico (vedi Gabard Manuale di Psichiatria).

Naturalmente bisogna rivolgersi ad uno psicoterapeuta che sia qualificato e accreditato per svolgere lezioni di Training autogeno e sedute di Psicoterapia.

In maniera diciamo autogena si viene “autosuggestionati” a non fare più quel tipo di gesto.

In conclusione la teoria che sottende tale pratica è un allontanamento temporaneo da pensieri nocivi o angosciati concentrandosi sul corpo quindi autogeno.

Il fine è la prevenzione primaria e la promozione del benessere quindi la positivizzazione del pensiero. Cosi la persona capace di fare ciò per alcuni minuti può disimparare per intervalli crescenti il pensiero “negativo” e polarizzarlo su quello positivo.

LO STALLO DI COPPIA

PSICOLOGO ROMA STALLO COPPIALo stallo di coppia

Negli ultimi anni sempre più persone si rivolgono ad uno psicologo per risolvere le proprie situazioni esistenziali individuali e di coppia.

A proposito della coppia le tematiche più frequenti da affrontare sono riferibili a crisi più o meno lunghe, separazioni e soprattutto aspetti non funzionali della sessualità.

Non sempre i due partners sono in grado di giungere ad un compromesso e talvolta anche le rispettive famiglie d appartenenza invadono sfere e turbano equilibri già magari non propriamente solidi.

Come uno psicologo può intervenire al meglio a diramare una questione così articolata e delicata come una forte conflittualità, una separazione?? Innanzitutto bisogna dire che in genere il percorso di terapia d coppia in due parti. Nel primo incontro poi si effettua una prima consulenza ed orientamento e si stabilisce insieme ad ogni modo una modalità utile per entrambe le parti di aderire all’eventuale percorso. La prima fase quindi è incentrata sulla raccolta dell’anamnesi individuale e storia familiare per approdare ad un giusto inquadramento diagnostico. Poi si convocano i membri contemporaneamente e prefissandosi degl’obiettivi semplici si incomincia a “ lavorare” sulla Comunicazione.

Il tentativo iniziale di normalizzare aiuta sia a correggere primariamente idee e modelli emotivi non profìcui ma anche a dare un idea dell’intensità del danno.

Se la coppia non si normalizza sin dai primi incontri bisogna poi riconoscere che la problematiche richiede di essere affrontata almeno in sei, sette incontri.

In particolare uno stallo di coppia si può immaginare come un bivio che può sfociare successivamente in una separazione come anche in una intesa più profonda. Le motivazioni possono essere le più svariate come suddetto. Principalmente tuttavia ciò che si nota è che la causa più solita, al di la delle differenti storie delle differenti coppie, è un tipo di comunicazione colpevolizzante, simmetrica

( legata cioè ad una relazione tanto più tanto più), una comunicazione “Tu” ( cioè non incentrata ad ascoltare l’altro ma ad attribuire all’altro colpe o addirittura proprie difficoltà ).

Lo psicologo come può riuscire a diramare una situazione di blocco cosi forte quando si è giunti per esempio aH’incomunicabilità?

In primo luogo è un osservatore neutro ma anche addestrato ad un tipo di colloquio tecnico. In questo modo favorisce e catalizza un cambiamento positivo al di fuori di preconcetti, che rispecchi gli interessi di entrambi.

Un’attenzione a parte richiedono le problematiche sessuali che incidono fortemente sulla relazione soprattutto quando sono dell’individuo. Se un uomo soffre di impotenza o di eiaculazione precoce, la donna di frigidità o di complessi e o inibizioni culturali certo ha un peso nella vita affettiva sessuale dei due partners. Ecco cosi si può’ focalizzare grazie all’aiuto di un esperto il nodo principale della relazione e tendere ad una sua correzione. Laddove si riesce insieme a realizzare una collaborazione si effettua anche a distanza di alcuni mesi un breve follow up.

Lo studio è sito in zona Furio Camillo, via Appia Nuova; si effettuano consulenze di cui la prima in genere è gratuita atte a valutare insieme alla persona un eventuale disagio vissuto, la difficoltà di intraprendere azioni o decisioni.

PSICOFARMACI, ASPETTI AFFETTIVI E SIMBOLICI NELLA PRESCRIZIONE

PSICOLOGO ROMA PSICOFARMACIPSICOFARMACI, ASPETTI AFFETTIVI E SIMBOLICI NELLA PRESCRIZIONE

(Il cuore delle cose si conosce attraverso un giudizio emozionale oltre che razionale

Antonello Correale, congresso Bergamo 2007, Aspetti affettivi e simbolici della prescrizione psicofarmacologica

Il farmaco è un input nell’organismo che come ogni altro input può comportare ogni tipo di effetto. Se la psicofarmacologia studia l’effetto degli psicofarmaci sul comportamento, vi è una disciplina che studia il gioco delle componenti affettive e simboliche, oltre che medico-biologiche nella prescrizione degli psicofarmaci? E questo come incide ai fini dell’esito positivo di una cura?

Jung fu il primo all’intemo dell’ottica psicoanalitica ad esprimersi con la sua “funzione trascendente” nella direzione di valorizzare, preventivamente ad un trattamento, l’energia negativa alla base di un disturbo per eliminare nella persona il ridotto adattamento, attraverso la prescrizione del “disegnare” il sintomo. Svalutare, cioè l’energia negativa con soli argomenti razionali non aiuterebbe dunque a far progredire rispetto a un disturbo.

Attualmente la cura un paziente, per quanto carente probabilmente di una attenzione proceduralmente standardizzata, che guardi ai singoli aspetti aderenti ad ogni singolo individuo, è oramai sempre più incentrata

su un modello di intervento teorico e pratico, caratterizzato da una vera integrazione degli aspetti biologici, medici e in parte psicosociali.

È interessante il seguente schema proposto da Ernest Rossi, che vuole visualizzare quanto siano concatenate e condizionanti tutte le componenti suddette, al fine di determinare un comportamento. Tal autore approfondisce i suoi studi occupandosi della guarigione psicobiologica, dell’effetto placebo e della psicoterapia.

 

Immaginazione

 

Emozioni

 

Consapevolezza

Percezioni

 

Identità

 

Comportamento

 

Secondo invece un’ottica sistemica, o meglio appartenente alla terapia relazionale, si può riscontrare che vi è un largo uso della tecnica delle prescrizioni paradossali, prescrizioni del sintomo, compiti e connotazione positiva degli eventi.

Pensiamo ancora alla teoria del doppio legame. Greenberg (1973), in un suo articolo diceva del: “potere del pensiero negativo”. In diverse sue pubblicazioni fa notare che la prescrizione paradossale stimola la produzione nella persona di un maggior numero di elementi irrazionali che promuovono la guarigione.

Insomma quantificazione e prescrizione si configurerebbero come dei metodi che stimolano la ristrutturazione terapeutica, attingendo all’inconscio.

 

BIBLIOGRAFIA

“La psicologia della guarigione psicofisica”, Astrolabio, 1996

“Analisi dei sogni”, (1929)

“Tecnica dell’antiaspettativa in psicoterapia” (1973)

Dibattito Congresso Bergamo 2007 “Aspetti affettivi e simbolici nel trattamento psicofarmacologico

SUICIDIO E TENTATIVO DI SUICIDIO IN ETÀ EVOLUTIVA

SUICIDIO E TENTATIVO DI SUICIDIO IN ETÀ'
EVOLUTIVA: FATTORI DI RISCHIO E INTERVENTO

a cura della dott.ssa Fernanda CafareHi, psicoioga, psicoterapeuta

I dati relativi al suicidio ed al tentativo di suicidio nella prima infanzia sono scarsi; probabilmente l'approssimazione di tali rilevazioni in letteratura si deve alla difficoltà d'esecuzione di studi sperimentali. Si pensi infatti che, dalle ricerche svolte, tramite self-report, risulta che, se l'8% d'individui appartenente al campione di popolazione suddetto tenta il suicidio, solo il 6% si rivolge ad un presidio medico territoriale.

Le informazioni relative all'incidenza del fenomeno in questione si incontrano facilmente arrotondate per difetto.

E' inoltre più difficile valutare esclusivamente un gesto come pericoloso, in quanto è frequente in età evolutiva che si compia un suicidio o un tentativo di suicidio in maniera tale che s'ingenerino dei dubbi sulla natura d'atto volontario.

Inoltre si può affermare che la considerazione che gli adulti hanno delle condotte suicidane nei bambini pare essere quella di un accadimento casuale e fatale al contempo.

A tal proposito Freud, già nel 1901, aveva evidenziato come molte apparenti lesioni casuali fossero in realtà gesti autolesionistici inconsciamente dettati, poiché in questa fascia d'età vigerebbe una particolare tendenza aN'autolesionismo nel senso di un immediato passaggio all'atto proprio come in adolescenza.

Sempre secondo Freud, un sicuro indicatore della suddetta intenzione inconscia sarebbe rappresentato dalla calma con cui tali malati accettano la loro disgrazia!

Nel bambino rispetto all'adolescente vi è una sostanziale componente d'ambiguità come vedremo in seguito. Secondo la maggior parte degli studi il bambino non è ancora in grado di agire su un piano di lucida consapevolezza e determinazione. Psicologicamente il lattante, sino ad una certa età, che seppur diversamente individuata dalle varie correnti psicologiche si può ritenere essere circa di tre anni circa, sperimenta un investimento lipidico, con elementi di rielaborazione nella latenza, progressivamente alla crescita psicofisica atto alla protezione dal dolore, noto come "narcisismo".

Di fronte ai bambini che deviano da uno standard di comportamento, l'ipotesi più plausibile che si trovi in letteratura è quella dunque di una psicopatologia sostanziata da asimbolia cognitiva o da un'evoluzione anomala deN'investimento libidico.

In questa direzione si potrebbero mettere a raffronto differenti approcci teorici e d'intervento poiché si riscontra un'ampia pluralità di vedute scientifiche sull'argomento trattato! Si intende sottolineare che, all'interno del panorama di studi, come si espliciterà in seguito, prevale un'ottica psichiatrica che coglie nella casistica in oggetto, una massima percentuale di collegamento casuale o causale con tratti di psicopatologia.

Il suicidio è la terza causa di morte tra i 15 e i 24 anni, e la quarta, tra i 10 e i 14.

Un giovane compie un suicidio negli USA ogni due ore!

Nel 1997 molti più giovani morirono di suicidio di quanti ne morirono di AIDS, cancro, patologie cardiache, disturbi congeniti e malattie a lungo termine. Dal 1960 al 1980, il tasso maschile di suicidi si è triplicato, mentre quello femminile, si è stabilizzato su di un'età di due o tre anni inferiore a quella della precedente generazione. [1]

C'è stato un incremento del tasso di suicidi nella popolazione maschile africana, tra i nativi degli USA, tra gli individui con un'età inferiore ai 14 anni.

Il dato riguardante l'incidenza epidemiologica del suicidio è in aumento del 100% tra i bambini dai 10 ai 14 anni..

Su due suicidi, sia in America che in Africa, uno è avvenuto con arma da fuoco. Il comportamento suicidano è il risultato finale di una complessa interazione di fattori psichiatrici, familiari, sociali. Attualmente sempre più tentativi di suicidio si trasformano in suicidi veri e propri, il 10% circa.

Questi comportamenti hanno un potente effetto sull'individuo, sulla sua famiglia, sulla scuola e sull'ambiente in cui vive.

I fattori di cambiamento sociale sono sicuramente correlati col fenomeno dei suicidi in adolescenza ma anche all'aumento della depressione infantile, a sua volta collegata alla perdita di stabilità delle famiglie e al facile e diffuso accesso alle armi da fuoco.

Bisogna specificare che la depressione che si manifesta, associata al suicidio, non è sufficiente a causarlo, come vedremo; coesistono altri elementi che si possono considerare fattori di rischio.

L'apparente imponderabilità dei motivi di suicidio infantile è ormai un concetto superato, basti pensare ai celebri esperimenti della psichiatra e psicoioga americana Susanne Denham, sull'influenza delle emozioni infantili, sulla loro sostanziale differenza da quelle dell'adulto e sulla loro complessità. Ella sostiene, nelle sue recenti teorie che i bambini vivano emozioni complesse e sappiano recitare, celando molto più di quanto non facciano apparire agli adulti. Ella ha standardizzato vari strumenti da poter utilizzare finanche a scuola, o comunque alla portata degli operatori che vengono a contatto con il mondo infantile, a scopo preventivo e di individuazione di soggetti a rischio.

In America si sa, l'approccio è inevitabilmente pragmatico, per cui, ella non tarda a suggerire tipologie di interventi concreti da applicare sia nel contesto di apprendimento scolastico sia pure in famiglia, per la quale specificità e ampiezza no si riportano nella corrente trattazione.

Nei pionieristici studi dell'ottocento già si prendeva in considerazione la fondamentale influenza del grado di severità o il peso esercitato dal modo di correggere le manifestazioni di fragilità e sensibilità da parte dei genitori verso la prole, sull'organizzazione di personalità dei minori stessi.

L'educazione e le particolari propensioni degli educatori erano già d'analisi della letteratura. In questo si può probabilmente notare una traccia del pensiero sistemico anche se non soggetta ad una vera e propria disquisizione teorica. Gli studi scientifici ponevano l'accento sul fatto che bisognasse dare spazio ad un'educazione rispettosa delle facoltà affettive del minore, nel loro susseguirsi

naturale o sulla sua fierezza, sensibilità, rancore, risentimento, scoraggiamento e soprattutto disperazione.

L'educazione era vista quindi come un sostegno contro lo scivolare verso un pericoloso disgusto per la vita nell'infante, quasi una misura preventiva. Essa poteva porsi quale supporto di una lieve organizzazione psichica nel bambino, alleviandone angosce e pene.

In Lisle diventa quindi un freno ai pericolosi istinti che si celano in ogni bambino il quale, grazie a sbagliati esempi, potrebbe incorrere in funesti pericoli. Si può cogliere in ciò un primo, iniziale tentativo di guardare al fenomeno in un'ottica circolare, sebbene ancora legata ad una considerazione degli agiti di carattere formale o morale, sottesa ad un'idea prevalentemente di malattia di ciò che si discosta dalla media.

L'evoluzione dell'idea di morte nel bambino.

La maggior parte della letteratura sull'infanzia rispetto alla tematica del suicidio non ha un grosso pregresso, come enucleato sinora. E' tuttavia da circa dieci anni che se ne discute in maniera sistematizzata. La scarsa utilizzazione di strumenti standardizzati nonché dell'assenza di una cultura psicologica integrata ed interdisciplinare fa sì che manchino di rilevanza ricerche effettuate a partire dagli anni ottanta, pertanto si riportano alcune tra principali teorie.

Lo sviluppo psicologico del bambino può ovviamente essere indagato sia nella sua normalità, come ci soffermeremo a breve, operando una distinzione forzata e teorica tra componenti cognitive e somatiche, sia in un'ottica psicopatologica. Un aspetto basilare per la comprensione del comportamento suicidano nei giovani è il concetto di morte in età evolutiva e la formazione dei meccanismi di difesa dell'io [2]. La curiosità che i bambini mostrano anche per eventi relativi alla morte, per esempio di un passerotto, non sempre connotata di angoscia, vuole essere espressione deN'aumento d'interesse verso sé e il proprio mondo. La cognizione di morte è speculare a quella di vita. Interrogarsi sul perché un passerotto sia morto mentre si è vivi, significa appunto cimentarsi su tale doppia possibilità. Gli adulti rischiano di incorrere nel solito errore di considerare il bambino come un essere felice e spensierato.

Invece, la costruzione dell'idea di morte e dolore nasce naturalmente in un periodo delicato della crescita, secondo Melear[3], propedeutico alla maturazione degli stili affettivi. Non bisogna travisare certe domande, ma anzi servirsene per cercare di capire maggiormente il mondo giovanile. Dagli studi iniziali psicoananitilici, i vari autori, che hanno condotto ricerche, hanno ritenuto che il concetto di morte subisca una progressiva trasformazione[4]. Verso la fine del primo anno, nel corso dell'esperienza di separazione dalla madre, il bambino stabilisce dal punto di vista cognitivo ed affettivo l'equivalenza: assenza/presenza, assenza/non-esistenza. La prima idea di morte è dunque quella d'assenza. Gradualmente il bambino scopre che se la madre sparisce, è vero che torna. Questa nuova conoscenza aiuta l'essere umano a sperimentare i primi tentativi di controllo dell'angoscia. Un bambino potrebbe reagire nascondendosi dietro un armadio per non vedere, oppure potrebbe mettere in atto una condotta per far sì che possa tornare la madre; potrebbe, ancora, nel pianto, trovare un utile strumento di potere e ricatto. Tutto ciò aiuta a ridurre l'ansia. A tal proposito bisogna sottolineare il peso di

quest'esperienza ricattatoria ai fini della formazione del carattere, in quanto attraversi l'annullarsi, lo star male, si potrebbe trovare sollievo rispetto all'esperienza di morte, di separazione, assai più dolorosa. Se pensiamo a ciò proiettato nel tempo capiamo come si venga a determinare la base per un tratto di carattere patologico, dove gli impulsi ostili sono rivolti verso il sé o dove esiste una forte ansia di tratto. In generale si può affermare che il primo concetto di morte sia di tipo reversibile: la morte interrompe le funzioni vitali, le sospende.

Tra i due e i quattro anni avviene una prima modifica. Il bambino inizia ad avere paura di star male o di stare al buio. L'idea di morte si potrebbe evocare non solo in seguito a determinate circostanze ma anche ad eventi angoscianti di rabbia o di dolore. Questo è dovuto ad una nuova e più complessa percezione dell'ambiente. In particolare, dopo i tre anni, seppur continuando a rappresentare un'idea reversibile si associa a quella di violenza. Le persone significative affettivamente diventano oggetto di aggressione più o meno frequente. Pensiamo a quante volte nei cartoni, il piccolo protagonista sia oggetto di persecuzione di robot o streghe malefiche o di situazioni in cui ha paura per la propria incolumità.

In questa fase il concetto di morte è dissociato da un quid che riguarda tutto l'universo conoscitivo e quello reale. Le ragioni della cessazione della vita sono magiche e assai misteriose. Siamo giunti così verso i nove anni quando l'idea di morte subisce un profondo cambiamento. Da evento transitorio vissuto come ricattatorio, diventa definitivo, universale e irreversibile. La morte diventa espressione della cessazione biologica, definitiva della vita, non è legata a sé. Ricordiamo Piaget[5], a partire dai sette anni, il bambino sviluppa la capacità operazionale concreta, nel corso dello sviluppo cognitivo. Tale teoria non si applica ad ogni adolescente indistintamente poiché talvolta, con la clinica, si può osservare facilmente come certe tappe di conoscenza o sviluppo cognitivo non vanno di pari passo agli standard relativi all'età.

Facendo delle considerazioni, in genere possiamo notare che la lentezza con cui si costruisce l'idea di morte nel bambino potrebbe essere la causa per cui le condotte suicidarle siano più frequenti in adolescenza piuttosto che nell'infanzia[6]. Sono svariate le teorie interpretative del disagio emotivo nell'infanzia da quella psicoanalitica a quella sistemica. Ci soffermiamo a citare una recente teoria che nasce da quella dell'attaccamento di Bowlby. Essa sostiene che così come esiste un attaccamento sicuro, insicuro, evitante, confusivo esiste, associato allo stile di legame affettivo, un diverso sistema operativo di memoria[7]. I contenuti della memoria e il modo in cui vengono impiegati non è affatto secondario alla costruzione delle cognizioni. La memoria semantica è quella grazie alla quale si incamerano informazioni codificate slegate dal contesto. La memoria procedurale è la generalizzazione di schemi agiti di comportamento per cui anche un neonato può aspettarsi certe condotte; quella episodica invece consiste quasi in una memoria autobiografica da utilizzare come una bussola per attribuire valore alle esperienze in cui un bimbo s'imbatte. Quanto appena detto ci fa riflettere su come la contraddittorietà di certi eventi vissuti nell'ambiente esterno al bambino possa portare a favorire uno stile d'attaccamento insicuro. Ciò non è valido in assoluto, ovviamente, ma capita facilmente. Per esempio un bambino impara

che ogni volta che sta male, la mamma s'impietosisce verso di lui, e così anziché sviluppare difese sicure, adeguate, mette in campo comportamenti autodistruttivi che non lo aiutano a creare sicurezza nel suo mondo interiore.

. I sintomi di malessere vanno colti ma senza scadere in allarmismi. La maggior parte di questi casi ha solo un senso inadeguato di sé. Si potrebbe aiutarli a migliorare il senso di sé e potenziare le loro capacità.[8]

In questa tabella si possono rilevare dei dati coerenti con quelli riportati in letteratura in genere. Emerge quanto spesso le lesioni dei bambini più piccoli non vengono quasi mai registrate come TS, e sono lontane da modalità che potrebbero mettere a serio rischio la vita, come avviene successivamente. La predominanza delle condotte in esame invece è più frequentemente femminile, e la si può riscontrare in una casistica più ampia. Si tratta ad ogni modo di situazioni spesso ambigue. Nei self-report ci ritroviamo di fronte ad una discrepanza numerica poiché le dichiarazioni di volonatarietà sono del 2%. Anche i genitori, probabilmente alla luce dell'età dei figli non presentano l'accadimento per quello che è, mentre il personale medico sembra non volerli considerare indicatori di rischio o patologia.

L'OMS considera questa tipologia di casi "parasuicidi".

I fattori di rischio in giovane età del suicidio includono:

  • Precedenti tentativi di suicidio
  • La presenza di un membro in famiglia che si è suicidato
  • Un precedente ricovero psichiatrico
  • Un lutto familiare, un divorzio o separazione dei genitori
  • Isolamento sociale
  • La rottura col "fidanzatine".
  • Uso di droghe o alcool
  • Esposizione a violenze e maltrattamenti intrafamiliari
  • Modello violento di comportamenti a cui uniformarsi
  • Presenza d'armi da fuoco tra le mura domestiche
  • Difficoltà del sonno, eccessiva produzione verbale, perdita d'interesse per le regolari attività, malinconia di fondo.

Dobbiamo specificare che sussiste una buona evidenza che oltre il 90% di bambini e adolescenti che commettono un suicidio hanno un disturbo mentale prima della loro morte. La maggior parte dei comuni disturbi che predispongono al suicidio sono forme di malinconia associata o meno ad alcolismo o ad abuso di altre sostanze, o ancora a certi disturbi di forme di ansietà.

Una terza differente caratteristica nei fattori di rischio del comportamento suicidano del bambino rispetto a quello dell'adulto è che mentre il tasso di suicidi di quest'ultimi è notevolmente in aumento tra le schizofrenie a causa proprio della sua peculiarità, ciò non avviene nei campioni oggetto di studio di bambini o adolescenti. Alcuni studi dimostrano che non ci sono differenze per quanto riguarda i fattori di rischio tra la popolazione maschile e femminile in questione

ma ci sono delle marcate differenze in merito alla relativa importanza del vissuto che le accompagna.

Tra le ragazze il più significativo fattore è la presenza della Depressione Maggiore che aumenta i rischi di suicidio come dimostrano gli studi relativi ai

12 anni. Alcune ricerche suggeriscono che ci troviamo di fronte a tipi di suicidio cronico o legato ad una forte Depressione ed ad una tipologia peculiare dell'Anoressia Nervosa. In questo caso compare un tratto impulsivo e teso alla progettualità al contempo. Talvolta l'aggressività può essere rivolta anche all'esterno.

Nei ragazzi invece il fattore della Depressione Maggiore principalmente lo incontriamo dopo i 30 anni. La depressione compare nella vita della popolazione maschile già dai 12, così come l'aggressività e il self-abuse .

Un ulteriore fattore di rischio è costituito dalla presenza di eventi stressanti nella vita, come il mettersi nei guai a scuola, la rottura di una relazione col "fidanzato", litigare con un amico. Queste sono rare cause di suicidio, ma nei giovani possono far precipitare la situazione. Come elencato nella tabella poc'anzi, vi è poi il fattore: scarsa comunicazione con la famiglia; esso si riferisce soprattutto a discordie, disaccordo, carenze di affetto, comportamenti violenti, in generale, associati a patologia. Conta molto la vulnerabilità individuale e non da ultimo il ruolo dei mass-media. Spesso i mezzi di comunicazione parlano del suicidio di una celebrità e ciò può indurre un giovane ad immedesimarsi in tale modello soprattutto se è ripetuto come notizia per giorni e giorni.

L'osservazione clinica come uno specialista?

Sul piano dell'ideazione bisogna guardare agli argomenti che il giovane propone e se questi concernono il suicidio.

Inoltre contano le sue preoccupazioni e l'intensità di esse. Potrebbe poi il bambino non avere sonno o appetito ed essere disinteressato per la scuola. Tra i sintomi più semplici da cogliere si può guardare alla presenza di astenia per le quotidiane abitudini, al ricorso a droghe, al disinteresse per lo sport o per la frequentazione di amicizie.

La depressione e il suicidio nei bambini

Non si tratta qui di terapia psicofarmacologia nè dei criteri di inquadramento sugli assi del DSM-III-R del disturbo, poiché è noto che un individuo può presentare un disturbo su entrambi gli assi, che ci possono essere diagnosi multiple e valutazioni più complesse per una diagnosi, tanto più per i problemi legati allo sviluppo: per trattare quindi tale argomento, si ritiene di dover operare una semplificazione.

Nei bambini la maggior parte dei disturbi frequentemente diagnosticati come Disturbi dell'Umore sono legati alla Depressione Maggiore, alla Distimia e al Disturbo Bipolare.

Nel primo caso una serie di caratteristiche continuativamente culmina in uno o più episodi di Depressione Maggiore. Nei bambini può avvenire entro i sei/ nove mesi. Le caratteristiche sono assi simili al disturbo degli adulti.

Nel secondo caso è comunque presente un disturbo deN'umore come la depressione, ma con meno sintomi e con una maggiore cronicità. La natura persistente e cronica de questo disturbo interferisce con lo sviluppo e il normale adattamento all'ambiente. E' ciò diffuso nell'infanzia e può durare alcuni giorni come alcuni anni. Il 70% dei bambini che ne soffrono quasi non si rendono conto, vista la persistente Durata del disturbo in questione e ritengono che sia un aspetto del carattere. Se questa forma compare associata ad un

disturbo di Depressione Maggiore dobbiamo diagnosticarlo come doppia depressione.

Nel terzo caso invece simile alla depressione abbiamo sintomi diversi dall'adulto, dove episodi di mania si alternano ad episodi di depressione. Frequentemente però l'insorgenza è nell'adolescenza dove la crisi iniziale è sempre di tipo depressiva. I sintomi sia nell'adolescenza sia nell'infanzia dureranno per circa quattro anni. C'è infine una depressione reattiva conosciuta come adattamento al disturbo dell'Umore.

Infine bisogna sottolineare che i disturbi dell'umore, come la depressione, sostanzialmente incrementano il rischio del suicidio.

In sintesi il comportamento del suicida è dato da un'importante serie di elementi che concernono segni clinici che termineranno molto facilmente con problemi di salute mentale ( nei bambini ).

L'incidenza del suicidio presenta un picco che aumenta durante gli anni della mezza adolescenza, mentre la mortalità del suicidio, oramai è in aumento entro il decimo anno di età, ed è la terza causa di morte a quell'età.

Sebbene il suicidio non possa essere caratterizzato come un disturbo mentale ci sono vari fattori di rischio che predispongono i giovani soprattutto la presenza di un calo del tono deN'umore. Meriterebbero una trattazione a parte i vari tipi di trattamento psicoterapeutico o farmacologico. L'evidenza è che il 90% dei bambini che si suicidano ha un problema mentale.

In fine il sostegno di una famiglia aiuta a prevenire un tentativo di suicidio. Gli adolescenti e i preadolescenti, secondo le ricerche, tendono meno al suicidio se sentono di appartenere ad una famiglia o a parenti o ad altri adulti che fungano da riferimento. Ciò è proprio vero e non contano le differenze di etnia o religione. È vero per gli spagnoli, i per i neri, per tutti. Una sensibilità dell'adulto verso il benessere emozionale sembra essere a beneficio specialmente delle giovanissime ragazze, mentre un alto grado di certezze, trasmesso sempre dai genitori o da adulti significativi, sembra proteggere i giovani ragazzi dal comportamento suicidano.

Ciò che si intende affermare in questo articolo è l'importantissimo ruolo dei genitori e dei familiari, degli adulti che ruotano intorno alla famiglia, della scuola come risorsa per la socializzazione e come punto di ancoraggio nella vita dei giovani.

Dagli studi effettuati presso l'università del Minnesota nel Minneapolis, nel 1994, intervistando 13.000 studenti dai 7 ai 12 anni emergeva che, tentassero il suicidio maggiormente coloro che facevano uso di alcool, droghe, che avessero problemi scolastici, o ancora chi avesse storie di violenza alle spalle, omosessualità, o problematiche psicopatologiche; tra questi erano più a rischio coloro i quali non avevano sviluppato un senso di adesione alla propria famiglia.

Invece quelli che presentavano molti fattori di rischio concomitanti, erano meno vicini nell'attuare certi comportamenti, dal 70% all'80%, se ricevevano, da altri significativi, un supporto emozionale, un senso di incoraggiamento!

La rete sociale di sostegno è quindi decisiva ai fini dello sviluppo o della risoluzione delle eventuali problematiche legate alla crescita finanche nei risvolti più estremi. Coloro che si prendono cura dei minori dovrebbero avere un ruolo d'incoraggiamento, di facilitatori

nello sviluppo di abilità per affrontare la vita, e trascorrere del tempo con i lori bambini, dedicandovi. Questo può sembrare retorico o troppo semplice ma le ricerche longitudinali americane dimostrano questa grande verità. Il suicidio è la terza causa di morte negli USA dai 10 anni ai 19 senza differenze di razza, ma se vogliamo cogliere l'aspetto positivo in questi dati è che essere genitori con dei bambini è un qualcosa soggetto ad evoluzione e ad apprendimento e non qualcosa di dato ed immutabile.[9]

BIBLIOGRAFIA

"Aggressività e disperazione nelle condotte suicidane", Atti del Convegno, 4-5-6/06/98, Abano Terme.

DSM-III-R, Masson Milano 1988.

Andolfi M., "L'infanzia negata", Rivista di terapia familiare n. 46, 1994 Denham S., "Lo sviluppo emotivo nei bambini" 2001, Roma Astrolabio.

  1. [1] Carolo E., "Psychiatrics Services For Children, Adolescents, Adults and Families", Baltimora, Maryland.
  2. [2] Anthony, "La scoperta della morte nell'infanzia", Armando, 1973.
  3. [3] Melaer J. D. "Children's conception of death". Journal of genetic psychology, 122-123, 360, 1973
  4. [4] Rambault, "II bambino e la morte", La Nuova Italia, 1978.
  5. [5] Piaget J "The child's concept of the world", Patterson, Littlesfield Adams, 1960.
  6. [6] Fuchs, "Le immagini della morte nella società moderna", Einaudi, 1973.
  7. [7] Vianello " La comprensione della morte nel bambino". Giunti, 1985.
  8. [8] Alloro L. "Il colore ragionato", Piovan Editor 1987.
  9. [9] "Health Information" Pediatrics 2001; 107: 485-493.

GLI AMORI OMOSESSUALI

GLI AMORI OMOSESSUALI

( a cura della dottoressa Fernanda Cafarelli; tratto da Andrea Buzzi Amori omosessuali" )

Cosa si intende per omosessualità?

Stiamo affrontando un tema delicato ma, bisogna dire che, spesso capita nella pratica clinica di ascoltare richieste d'aiuto, che poi risultano essere solo conoscitive di una tematica. Su tale definizione è stato detto tanto sia a livello storico che biologico, vediamo in questa breve disamina una generica panoramica tratta da alcuni importanti autori, ( vedi bl,).

L'Autore dal quale quindi prendo spunto e che consiglio per una prima orientativa lettura è Buzzi. Partiamo da un quesito : cosa succede quando la certezza della propria omosessualità arriva alla coscienza? Se la nostra percezione d'identità si discosta dalla maggioranza delle persone si sta meglio o si entra in una crisi che rivede anche la propria idea di personalità?

Anche se la stampa, la politica, la televisione, la scuola propongono iniziative, muovono l'opinione pubblica, tentano di sollecitare al rispetto dell'omosessualità; la percentuale di chi può vivere la propria omosessualità serenamente, egli sottolinea , è ancora bassa.

Cosa si intende per omosessualità?

La modalità di agire la sessualità scegliendo dei partner dello stesso sesso, non è una condizione patologica, ma solo una variante dell'orientamento sessuale.

Può' verificarsi anche in maniera transitoria relativamente a determinati periodi della vita tipo adolescenza, o contesti estremi come il carcere o in ordine all'uso di sostanze stupefacenti, etc..

Ma cosa succede quando la certezza della propria omosessualità arriva alla coscienza?

Forse si potrebbe attraversare una certa confusione, vedi pure l'assenza di modelli o ancora piu frequente la esistenza di modelli inadeguati

La cultura etero è spesso violenta anche nel linguaggio, sono stati scritti fiumi di letteratura a tal proposito.

Tornando alla persona, ognuno di noi è differente da un altro, pertanto non si possono proporre o tanto meno teorizzare verità assolute generalizzabili allo scibile umano. Premesso ciò, che è molto importante, diciamo che verso i i 14-15 anni può avvenire in genere tale scoperta.

E per alcuni genitori forse mai, ma non mi dilungo su questo aspetto.

Ma come faccio a capire se sono omosessuale, è la domanda che capita sovente in terapia

Nessuno oggi sa ancora dire se si nasce omosessuali o ci si diventa, ma ciò che si può dire che nel momento della formazione dell'identità sessuale si evidenzia la natura profonda del personale gusto sessuale.

=11 coming out in realtà è un processo, che dipende da avvenimenti, esperienze, pensieri, scoperte e rivelazioni su se stessi che si susseguono e permettono ad una persona che non sa chi è di riconoscersi in quanto omosessuale, di accettarsi in quanto tale, di piacersi di più e quindi di riuscire ad essere più felice e più tranquilla=

Occorre spesso un percorso per arrivare a capire se veramente si è omosessuali, a volte è lento, a volte è veloce, a volte doloroso, a volte più facile, a volte totale, a volte parziale, quindi diverso da persona a persona. Se si ha attorno una rete parentale o amicale solidale certo potrebbe avvenire probabilmente con più facilità

Molto dipende dall'ambiente famigliare e sociale dove si vive, influenzano molto anche le regole sociali della città o paese di appartenenza ma, secondo la scrivente, anche la sensibilità e la cultura di chi pone il quesito. È ovvio che nelle grandi città c'è più possibilità di uscire e trovare appoggi, risposte.

Prevalgono in genere delle difficoltà. Difficoltà a riconoscere i sentimenti verso le persone dello stesso sesso, paure, ansie e domande

Nella vita di tutti i giorni, non esiste più quel senso di inadeguatezza e quella paura di andare avanti o di essere fermato. Certo si è consapevoli che esistono purtroppo l'omofobia, ma ci si sente forti per affrontarla a testa alta.

Per coloro che si identificano omosessuali vi sono delle tappe evolutive, secondo alcuni autori, quella della autoesclusione e poi dell'orgoglio e poi della integrazione

Solo al termine viene percepita una grande sicurezza e consapevolezza della propria identità e ci si sente integrati nel contesto sociale. A questo punto se anche la famiglia ha accettato l'omosessualità il ragazzo cresce consapevole.

Anche chi accetta le proprie radici, non si sente rinnegato o figlio di nessuno e può vivere felice una normale vita di coppia.

Bibliografia

Bolognini Stefano, Breve storia di un matrimonio gay, in" Bioetica ", n. 1 2005,p. 105-sgg. Boswell John, Same sex unions in pre-modern Europe,Vintage books, New York 1995. Danna Daniela, Matrimoni si o no?, " Pride", n. 77, novembre 2005.

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